LETTERA PER  KATIA

24 Settembre 2010

 

Cara Katia ,

un altro anno è passato. Anche questo va a sommarsi agli altri sette, dei quali tu non hai potuto godere. Incredibilmente sono, più o meno, 2255 giorni. Con questo non voglio dire  che per te sarebbero stati tutti belli e dispensati da delusioni ed episodi sgradevoli, ma i tuoi erano comunque anni da vivere, perché come hai detto spesso, la vita vale sempre la pena di essere vissuta...

Quando crudelmente analizzo questo arido conteggio di giorni, non riesco a concepire di aver potuto resistere così tanto tempo senza la tua presenza. A volte solo con uno sguardo eri capace di dire tante cose, i tuoi occhi sapevano parlare anche nel silenzio. Come ho potuto farne senza? Come sono sopravvissuta senza quell’affettuoso calore che sapevi darmi quando mi abbracciavi strapazzandomi tutta? Quel semplice gesto affettuoso  era un potente ricostituente per reggere le varie vicissitudini che la vita ci riserva. Certo i giorni sono trascorsi ugualmente, ma come? Nel cuore freddo e vuoto, devastato da malinconia e smarrimento... Quanti stati d’animo difficili da controllare, da contrastare! Quanti terribili sentimenti ho dovuto  vincere! Anche per non turbare ulteriormente gli equilibri raggiunti. Non solo i miei, ma anche quelli di Barbara e di tuo padre che certamente hanno fatto fatica per una stabilità precaria;  perché andare a disturbare quella fragile quiete? Sono veramente tante le riflessioni che mi vengono in mente. Essere sopravvissuta a te, essere stata in grado di continuare a vivere senza di te al mio fianco mi sembra davvero impossibile. Credevo di non farcela senza le nostre continue chiacchiere confidenziali, i nostri voli letterari, le nostre risate per le strane storie che ti capitavano spesso e, invece, ecco, sono ancora qua.

Mi tornano alla mente le tue parole annotate nelle pagine del tuo ultimo diario:

“...Vorrei essere capace di descrivere questi lunghi mesi di attese... la sensazione di quel  tempo sospeso,  rapido e lento nello stesso istante....Tempo per pensare, tempo per riflettere, e anche il paradosso del tempo senza tempo… il tempo indefinibile...un orologio senza lancette...un tempo annullato...

Ci sono stati momenti in cui mi chiedevo che senso c’era in tutto quello che mi  trovavo a vivere... Vagavo come in un sogno da una stagione all’altra, un giorno, un mese, oppure  un’ora, ma in fondo che rilevanza poteva avere?  Tutto non aveva grande importanza...dovevo solo aspettare, aspettare... Ho letto da qualche parte che Kafka, avesse dietro la sua scrivania un cartello con la scritta “ASPETTA”.

 Io la prendo per buona, e ASPETTO...”

Vedi, mia cara Katia, anch’io aspetto. Ormai viaggio sempre su un doppio binario. Uno che è un binario morto e guarda all’indietro, un’altro va in avanti e cerca disperatamente appigli  per trovare  motivazioni di resistenza. La vita in fondo, se ci pensiamo bene, è fatta di attese. Ma la consapevolezza di non poterti aspettare, come facevo un tempo, per andare a vedere un film o per fare una passeggiata o ancora per l’ora della consueta chiacchierata, mi distrugge. La porta accanto, dove prima abitavi, ogni volta che rientrano i nuovi inquilini, si chiude con il familiare rumore che rimbomba sin qui da noi. Era sistematicamente il segnale del tuo rientro. In automatico la mia mente associa ai soliti rumori le vecchie nostre abitudini: ecco Katia che rientra a casa, ora viene per salutarci e chiacchierare un po’!  Un guizzo istantaneo, un trasalimento improvviso, un terribile secondo, giusto il tempo di sentire una lama lancinante conficcarsi nel cuore. Non puoi essere te. Non c’è nessuna speranza nel fatto di poter tornare ad abbracciarti. Questa certezza è estremamente dolorosa da sopportare. Ogni volta un tonfo nell’abisso. Aspetto che questi terribili momenti trascorrano, ben attenta che non lascino tracce della guerra interiore appena conclusa, anche per proteggere chi mi è vicino. Il rischio sarebbe quello di trascinare giù nel burrone della disperazione anche loro che già fanno fatica ad aggrapparsi alla vita. Come nello scalare di una montagna in cordata, aggrappati uno all’altro, tutto bene se si continua a procedere senza esitazioni, altrimenti è la fine. Se uno soccombe, si porta con se anche gli altri, senza possibilità di salvezza. Quindi doverosamente si resiste. Quest’anno poi è stato davvero faticoso oltre misura. Misura ormai colma per via dei pensieri legati a lunghe cure e malattie. Ma non si sfugge al proprio destino. Ancora una volta ricordo le tue convinzioni legate alla nostra sorte, alla  storia personale di ognuno di noi, dove, come dicevi tu, è tutta già scritta nel grande libro a caratteri indelebili: nascita e morte.

Dunque non resta che fare buon viso a cattivo gioco. Come d’altra parte hai fatto te. Dopo la tua grande lezione di vita e di morte, anche noi ormai siamo diventati dei professionisti. Degli attori da premio Nobel. Ci siamo specializzati e tutto questo senza psicologi di sostegno. Necessità fa virtù. Unico modo di sfuggire alla depressione ed allo sconforto è tenere sempre la mente occupata. In famiglia non abbiamo mai momenti di vuoto in cui  non sappiamo cosa fare o pensare; anche prima era così, figuriamoci ora. La mia vita è anche troppo piena di cose da fare. Sono spesso alle prese con tutto il tuo archivio personale di lettere, diari, foto, scatole piene di ricordi, cartelle piene di fogli scritti e sai bene che  già tutto quello mi basterebbe per il resto della vita. Tutti quei tuoi ricordi così diligentemente raccolti, a volte mi appaiono  come una grossa scatola contenente le preziose tessere di un grande mosaico che un devastante terremoto ha frantumato... tutto da ricomporre pazientemente con amore. Quelle raccolte a prima vista insignificanti, significano invece tante cose. Non sono solo tuoi ricordi. Sono il tempo che è passato, la tua vita interrotta, le persone che hai incontrato e amato. Quelle tessere ri-compongono una vita, ed io tento di rimettere in ordine quel puzzle. A volte ci metto dei giorni solo per decifrare la tua scrittura, altri giorni mi perdo dentro i tuoi ricordi come fossero miei: con il pensiero viaggio nei luoghi da te descritti e a volte, talmente persa, mi pare di udire la tua fragorosa risata...

Altre volte invece, quando guardo dentro quelle scatole dei ricordi, i miei occhi sono come  proiettati magicamente  in un  caleidoscopio: pezzetti di vetro colorati che improvvisamente diventano vita che scorre. Uno sull’altro si sovrappongono come in un gioco di specchi ed il mio cuore gira vorticosamente assieme a loro. Girandola di sensazioni mescolate a giorni felici alternati a quelli atroci e disperanti...; quei pezzetti di vetro a volte si conficcano nel cuore, incidono profondamente quella ferita mai richiusa. Ma poi arriva subito la tua immagine sorridente che mi rapisce ai cattivi pensieri  e mi rammenta che il tuo testamento spirituale diceva: “ ti  lascio la mia  eredità di gioia” e così provo a mantenere fede a questo tuo ultimo desiderio. Rispettarlo è un dovere davvero impegnativo. Qualche volta ne sento tutto il peso, in special modo in certe giornate in cui la tua assenza è più forte che quasi mi smarrisco in quel pensiero di te talmente penetrante che mi sembra di diventare tutt’una con te, come fossimo due immagini sovrapponibili.  Faccio fatica  a resistere a quella vertigine che mi assale come quando sei in bilico sopra un precipizio senza fondo... e per me quel precipizio è quello del tuo ricordo. E l’eco del tuo ricordo certi giorni è un continuo ondeggiare nell’aria quasi a volermi circondare. Io non lo respingo, anzi, lo accolgo come un  tuo caldo abbraccio confortante. Questo è il trucco per resistere. Trasformare l’angoscia pressante in qualche cosa che ti riguarda, ma positiva e costruttiva.

Nella mia memoria ho elevato, pezzo per pezzo, una cattedrale  di una bellezza incredibile costruita tutta con le  parole dei tuoi ricordi. Se si potesse vedere dall’esterno tutti rimarrebbero incantati da questa meraviglia. Potrebbe entrare prepotentemente nella conta delle “sette meraviglie” del mondo. Sulle cime del pensiero si accumulano anche ampie vallate piene di piante e fiori screziati di colori incredibili, quasi un Eden incantevole...  

Ma in fondo a chi può interessare una cattedrale simile? Eppure quella del Taj Mahal in India è spesso ricordata da molti. La tua, anche se invisibile, non è  meno bella. Non la vedrà mai nessuno, ma proprio per questo sarà più preziosa e inviolabile. Innalzata con immenso amore, svetta in alto lanciandosi contro il cielo, fino a confondersi con le nuvole. Chissà se i palloncini sfuggiti di mano ai bambini avranno trovato posto nelle stanze di questa strana cattedrale? Mi sembra di vederli galleggiare in stanze trasparenti. Migliaia di palloncini colorati...e  vi ritrovo anche quelli con scritto sopra “Katia ti vogliamo bene” quelli che abbiamo liberato nel cielo insieme ai tuoi amici, durante la solita “maratona contro il cancro”. Come vedi, abbiamo mantenuto la promessa, ogni anno siamo in pista come hai fatto tu nel 2003. Noi ora seguitiamo il percorso inaugurato da te. Il passaggio del testimone.

Nello stesso modo cerchiamo di mantenere “l’eredità di gioia” sempre in attivo, come una delicata piantina in crescita bisognosa di attenzioni e cure. Non sapremo mai diffonderla come sapevi fare solo tu..., ma apprezza almeno la nostra buona volontà.

Con amore infinito

Mamma Bruna

 

            approfondimenti sul Taj Mahal  
http://it.wikipedia.org/wiki/Taj_Mahal


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