Lettera di un figlio all'amato padre


20/01/2014

 


"Ascolta amore..."
"Dimmi papa"
"Ascoltami a papa"
"Dimmi papà ti ascolto che mi vuoi dire?"
"Io..............voglio che....."
Erano le 16 di un giorno di gennaio e l'ambulanza stava per venire a prenderti, per un bizzarro gioco di sensi unici che caratterizzano il posto in cui abitiamo la sirena ci girava intorno e l'ambulanza sembrava non arrivare mai.
Quelle sono state le ultime parole che sei riuscito a dirmi poi per giorni in quel letto di ospedale riuscivi solo a donarmi profondi sguardi pieni di amore e lacrime. 
Ti tenevo la mano seduto su di una scomoda sedia di metallo tra flebo, cateteri e diffusori, ti guardavo e ti sorridevo rassicurandoti che tutto sarebbe andato bene e che saresti tornato presto a casa. Ti dicevo che c'erano Diana, la tua cagnetta e Leon, il tuo soffice gattone, che ti stavano aspettando ma nulla....tu mi guardavi ed i tuoi occhi non smettevano di lacrimare, il nettare della tua sofferenza scendeva copioso sulla maschera che, con un sibilo lento e continuo, provava a donarti la vita, quella vita che invece veloce se ne stava andando. Tu lo sapevi e ad ogni mio incoraggiamento il tuo sguardo si faceva sempre più intenso come in un lungo e coinvolgente addio. Con quegli occhi mi stavi dicendo tutto, mi raccomandavi di badare a mamma ed Alessandro, con lo sguardo mi chiedevi di esser forte per me e per loro. Con quella profondità mi stavi dicendo grazie per tutto quello che avevo fatto per te in quei lunghissimi 8 anni di malattia.
In quei momenti, gli ultimi, rifiutavo l'idea di perderti ma più stringevo la tua mano e più la sentivo debole, quella mano forte ed uguale alla mia in ogni dettaglio che per anni per me è stata il simbolo della serenità e della sicurezza. C'erano sempre state le tue mani a proteggermi ed aiutarmi ma in quei piovosi giorni di gennaio, in quel letto, il 23 in quella stanza, la 2, ed in quell' ospedale, il San Giovanni, eri il tenero tra i teneri, il debole tra i deboli e l'ultimo tra gli ultimi. 
Perdonami papà, perdonami per aver corso così tanto in questi anni per raggiungere una "posizione". Perdona la mia distrazione degli ultimi tempi in cui tra lavoro, vita privata e "mondanità" non ho potuto abbracciarti e sorriderti quanto volevi, Ma sopratutto perdonami per esser fuggito via dall'ospedale in quel primo pomeriggio in cui il tuo respiro si è fatto più pesante ed io non avevo il coraggio di vederti morire, sono stato un vigliacco lo so...ma non potevo vederti andar via. Poi d'improvviso il miglioramento, piccolo, insignificante per i medici ma fondamentale per me, i tuoi occhi erano tornati a guardarmi intensamente, con la stessa profondità di prima anzi più di prima. ..poi ancora due giorni di sguardi. ..lunghi....sempre più lunghi...poi quella fredda e maledetta mattina in cui quello sguardo è diventato fisso e vuoto...spento...e l'unica cosa che riusciva a dirmi era "È finita...".
Niente più respiri affannati, niente più medicine da far segnare, niente più gomme della carrozzina da far gonfiare....niente più da poter fare. Ti osservavo mentre il prete ti benediva ed in quel momento per me sei diventato il dolce tra i dolci e l'angelo tra gli angeli.
Quanta pioggia che cadeva quel 20 Gennaio, scendeva come se dovesse arrivare la fine del mondo, quel mondo che da quel momento per me non sarebbe stato mai più lo stesso.
Ancora mi chiedo come farò a stare senza di te, come potrò farcela senza il mio dolce papà!?
Al funerale fissavo la tua bara e non piangevo, riuscivo solo a ricordare quando il mio sudore si mischiava con il tuo mentre ti facevo scendere le scale di casa per metterti in macchina e portarti al paese, tu mi chiedevi scusa ed io ti sorridevo. Quando ti facevo la doccia e per lavarti bene mi infilavo nel box con te bagnandomi completamente, tu mi chiedevi scusa ed io ti sorridevo. 
Sono io che devo dirti grazie papà, un grazie senza fine che solo un figlio che ha avuto un padre come te può sentire di voler dire.
Ci hanno sempre detto che ci accumunavano tre cose: le mani, la gentilezza e la simpatia. Io spero solo di aver preso da te il cuore, quel cuore che vorrei donare ai miei figli attraverso le tue/mie mani, la gentilezza della mia/tua anima e la simpatia del mio/tuo carattere.
Già. ..la tua simpatia...memorabile è stata la prima volta che ti ho portato a Vallerotonda in mercedes quando, accarezzando il cruscotto, mi dicesti sorridendomi "ma sei sicuro che te l'hanno data e che non l'hai rubata?". Tu eri così, umile tra gli umili e nobile tra i nobili. 
Sei andato all'altro mondo con la mia tuta e la mie scarpe da ginnastica ed è così che ti voglio immaginare, intento a passeggiare per i boschi, sorridente con i tuoi inseparabili occhiali da sole ed il tuo orologio sportivo. Voglio pensare che sei li ad aspettarmi con viti, chiodi e martello in mano intento a riparare la nostra casetta in montagna per quello che sarà il "nostro arrivo". 
Noi, quando il signore ci chiamerà, saliremo dalla piazza per via Castello ed entrando nella nostra cortiglia troveremo te ad aspettarci, sorridente ed orgoglioso per averci preparato il "posto migliore" in cui vivere l'eternità. La tavola sarà imbandita, la casa pulita ed il giardino pieno di fiori, allora rideremo e scherzeremo e ti racconterò di quella volta in cui sono diventato padre e di quando ho insegnato a mio figlio/a ad andare in bicicletta e tu, tra una battuta e l'altra, mi sorriderai e mi dirai che sei orgoglioso di me per la vita che avrò vissuto.
Riposa in pace papà e goditi questa vacanza.
Ti amo luce tra le luci, stella tra le stelle.
Tuo figlio Bibo.

 

 

 

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